Le Cose – L’arte dell’autoreferenzialità tra rock, parodia e mito

di G.T. Patch

Nel vasto e spesso prevedibile panorama dell’indie italiano, Le Cose rappresentano un’anomalia affascinante. Non tanto per la loro musica, che si muove con eleganza tra rock chitarristico, jazz metropolitano e derive post-pop, quanto per l’architettura narrativa che hanno costruito attorno al loro progetto. Quello de Le Cose è un universo parallelo in cui biografie inventate, cronologie assurde, leggende metropolitane e racconti di tour immaginari si mescolano con brani autentici, arrangiamenti curati e una sottile malinconia generazionale.

Origini e mitologia personale

Difficile dire quando siano nati davvero. Sul sito ufficiale si legge che il gruppo sarebbe stato fondato a Bologna nel 1966, poi nel 1872, poi ancora cinque anni prima dell’invenzione del fonografo. Ovviamente nulla di tutto ciò è vero, e tutto è profondamente coerente con la loro poetica: Le Cose si raccontano come si costruisce un mito, manipolando il tempo e lo spazio, spingendo chi ascolta a entrare in una dimensione che è al tempo stesso parodia e celebrazione della mitologia rock.

Musica e stile

Musicalmente, Le Cose operano all’interno di un linguaggio rock contaminato: due chitarre (tra post-rock e indie anni ’90), un basso solido e narrativo, una batteria agile e un sax che aggiunge una dimensione notturna e cinematografica al suono del gruppo. I brani sono costruiti per evocare immagini, ambienti e personaggi, con arrangiamenti raffinati ma mai manieristi. La voce – quando presente – è spesso usata più come strumento evocativo che come mezzo narrativo diretto.

Autoreferenziali e #Famoisordi

Nel 2024 esce Autoreferenziali, EP manifesto che gioca fin dal titolo con il tema chiave del progetto: l’autoriflessione come cifra stilistica, l’autocelebrazione come strategia ironica. Il disco è accompagnato da una campagna promozionale volutamente confusa e grottesca, tra fake news, foto artefatte e racconti surreali.

Nel 2025 la band rilascia #Famoisordi, primo LP ufficiale, che porta alle estreme conseguenze il gioco tra realtà e finzione. I brani spaziano tra momenti strumentali intensi e jam visionarie, lasciando spazio a improvvisazioni, inserti sonori e frammenti narrativi. È un disco che parla (o finge di parlare) di mercato, successo, identità artistica, restando però sempre in bilico tra affondo concettuale e pura burla.

L’estetica dell’invenzione

Il sito della band, costantemente aggiornato con “diari di tour”, finti articoli di stampa, dichiarazioni apocrife e leggende personali, è parte integrante del progetto. Come nei lavori più radicali del postmodernismo musicale (pensa ai Residents o a Frank Zappa), ciò che conta non è tanto la verità quanto la coerenza del mondo che si costruisce. In questo, Le Cose riescono nel raro intento di essere credibili anche nella loro assoluta inverosimiglianza.

Dal palco al paradosso: il live come performance narrativa

Se in studio Le Cose costruiscono mondi sonori sospesi tra evocazione e ironia, dal vivo il gruppo sembra muoversi in una dimensione teatrale. I concerti – o meglio, i resoconti fittizi degli stessi, raccolti nel “Neverending Tour Diary” sul sito ufficiale – diventano veri e propri happening immaginari, tra incontri con fan inesistenti, problemi logistici improbabili, e location che sfidano le leggi della geografia e del buonsenso. È difficile dire dove finisca la finzione e inizi la realtà, ma è chiaro che, anche nella dimensione live, Le Cose non cercano il realismo: cercano il racconto.

Questa tensione tra la cronaca e il mito li avvicina più al teatro dell’assurdo che alla tradizione cantautorale italiana. Come se i Monty Python avessero deciso di fondare una rock band a Roma, armati di delay, sax e stratocaster.

Un’identità anti-identitaria

In un’epoca in cui l’identità di un progetto artistico è spesso ridotta a una strategia di branding, Le Cose scelgono la confusione come stile. Ogni tentativo di definizione – è rock? È arte concettuale? È parodia? – viene frustrato da un nuovo elemento straniante, da un post social assurdo, da una biografia volutamente infedele. È come se la band si costruisse e si sabotasse continuamente, mettendo lo spettatore/ascoltatore in una posizione attiva: chi ascolta Le Cose deve anche interpretarle.

Influenze e risonanze

È difficile attribuire influenze dirette. Musicalmente si sentono echi di rock alternativo anni ’90, certi paesaggi sonori alla Tortoise, un po’ di Verdena, certo post-rock europeo. Ma è soprattutto l’attitudine a renderli unici: un mix tra l’assurdo di Captain Beefheart, il nonsense di Elio e le Storie Tese (senza però il loro virtuosismo sfrontato), e la costruzione mitopoietica tipica delle rock band anni ‘70, rivisitata in chiave meme.

Prospettive e (non) futuro

Cosa aspettarsi dal futuro de Le Cose? Probabilmente niente. O forse tutto. Di certo continueranno a confondere, divertire, irritare e sedurre con il loro progetto a metà tra musica, performance e scherzo intellettuale. E in un panorama musicale che spesso prende troppo sul serio sé stesso, forse proprio questo è il loro più grande atto politico.

Conclusione: un gioco serio

Le Cose sono, forse, uno dei più lucidi esempi di metamusica in Italia oggi. Dietro al gioco, c’è un lavoro serio, una visione. Ogni riff, ogni immagine, ogni parola sembra riflettere sul senso stesso di “fare musica” nel nostro tempo. E lo fanno con ironia, intelligenza e, soprattutto, stile.

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