LE COSE
First Steps: 7-inch Singles Colletion vol 1 (WB, 2067) *** 25 dischi da 45 giri
Una raccolta pubblicata dopo l’acquisizione dei diritti delle canzoni del gruppo da parte della Warner, contiene i singoli della prima fase della band, quella che va dal 1872 al 1965. Brani immortali come Ho fatto breccia nel tuo cuore, Godo in tua assenza o Ughetta la selvaggia, nonostante alcune ingenuità legate al periodo di composizione, rappresentano ancora oggi tasselli fondamentali per comprendere la temperie culturale del XX secolo. Gli ultimi 5 dischi contengono una serie di registrazioni dal vivo, riprese durante il Cantagiro del 1965, fondamentali per intuire l’incredibile evoluzione successiva del gruppo. Non solo per completisti.
#famoisordi (The Things International, 2019) *****
Poco più che ventenni Le Cose approdano al disco d’esordio con una discreta fama guadagnata nell’area underground della bassa padana grazie a spettacoli avveneristici di matrice sperimentale. Si tratta di un concept album dedicato alle icone della cultura post-moderna, contenente perle assolute, come rudolphmcleod e antonioinoki, ma che va gustato comunque nel suo insieme. Un’opera in cui eccellenza compositiva e compattezza sonora sono un tutt’uno. Il risultato è un perfetto e ragionato incontro/scontro di umori musicali, ricco di preziosismi sinfonici e richiami religiosi. In poche parole, un capolavoro, premiato unanimemente da pubblico e critica.
Autoreferenziali (The Things International, 2023) ****
Alla prova del secondo Lp, appesantiti dall’improvviso, quasi eccessivo successo del primo album, Le Cose sembrano richiudersi parzialmente su se stessi. L’album ha chiari spunti autobiografici, come suggerisce il titolo, e parla del dramma di cinque persone comuni improvvisamente lanciate nell’empireo del rock. La fama è sempre una brutta bestia da gestire, ma il gruppo, nonostante gli eccessi del periodo, regge botta e produce un lavoro che, sebbene non raggiunga i fasti del primo, permette di intravedere una netta evoluzione del sound. Brani come bardot, primo singolo estratto e vero tormentone da discoteca nell’estate del 2023, e dariomarelli, rappresentano gemme del pop nostrano che permettono a Le Cose di restare sulla cresta dell’onda, grazie anche alla partecipazione al Festival di Sanremo di quell’anno.
Live Trax vol. 1 (The Things International, 2025) ***
Un apprezzabile Ep dal vivo, con sole tre tracce. La qualità è alta, ma per molti si tratta di un’occasione persa, perché riesce a catturare solo un frammento della strabiliante potenza che la band sprigiona dal vivo. Vale più come documento storico, nonostante una fulgida versione di solveigjakobsen.
Isole (Columbia, 2026) ****
Il passaggio ad una major non segna, come molti si sarebbero aspettati, un netto cambio di rotta in direzione di approcci più commerciali. Ciononostante, cominciano a intravedersi strizzatine d’occhio a generi di maggiore appeal (fra tutte il funk e il trash metal) che anticipano alcune delle scelte future. Il disco è caratterizzato da brani assimilabili ai primi due album, ma anche e, soprattutto, da malinconiche ballate con melodie dolcissime (kerguelen, chatam, rodrigues). In questo album si avverte l’influenza dei Velvet Underground più leggeri e rilassati, ma non meno importanti sono i debiti nei confronti della soul music.
Bestiario (Columbia, 2030) ***
Un disco di transizione, pesantemente segnato dalle condizioni psicofisiche di tutti i membri del gruppo, aggravate da anni di abusi. Nonostante ciò, contiene ancora alcuni guizzi di antica gloria, come i 32 minuti della suite Cicale di mare o il gioiello pop Oritteropo. Ma in molti cominciano a credere che il meglio sia ormai alle spalle. Dovranno aspettare 4 anni per ricredersi in modo clamoroso.
Ricotta d’acciaio (Columbia, 2034) *****
Il Sgt. Pepper’s (o a scelta, il Pet Sounds) de Le Cose. Una delle opere d’autore più ambiziose del decennio, dove i songwriters italici si cimentano con un pop sinfonico di elegantissima calligrafia, ben coadiuvati dagli arrangiamenti orchestrali di Stevie Nieve e dalla regia produttiva di Geoff Emerick. Da un lato l’incredibile varietà di strumenti utilizzati (fiati, violini, Mellotron, Chamberlin) per arrivare a soluzioni musicali di volta in volta differente, dall’altro la magia di composizioni con splendide melodie. Il risultato è Ricotta d’acciaio: magniloquente e sobrio, elegante e sofisticato, classico eppure modernissimo. In poche parole un capolavoro.
Greatest Hits Vol. 1 (Columbia 2036) **** 2 CD
La mancanza di pubblicazioni nuove di rilievo, dopo l’indiscusso successo del disco precedente, spinge la Columbia a presentare un doppio album di successi, con l’inclusione di alcuni inediti, molti dei quali ripresi dai capienti archivi del gruppo: Osteoporosi, Figli di Pindaro, kenfollett, tutti rigorosamente acustici, e Arrotini liberi, registrata con un orchestra sinfonica. Otturazioni è addirittura un vecchio brano del 1963, apprezzabile ma dispensabile. Nuvole scure di crisi creativa si intravedono all’orizzonte.
Ostie (Columbia 2038) **
Un autentico shock, dopo quasi due anni di silenzio in seguito a un grave incidente motociclistico. E infatti il disco è costituito di sole ballate acustiche (più basso e batteria), con canzoni dai contenuti biblici e moralisti. Su tutte, Nun in the barn, divenuto un classico del rock in seguito alla versione elettrica fattane da Steve Vai. In ogni caso, la delusione del decennio.
Nonneinautunno (Columbia 2044) **
Continua la fase calante, tanto da mettere in crisi anche il contratto milionario con la Columbia. Irrimediabilmente persa la guerra per il predominio nel pop di casa, con Colapesce e Dimartino e altri giovani virgulti in posizioni assai migliori, Le Cose giocano la carta della disperazione: produzione di William Orbit, effluvi, di elettronica, abdicando alle melodie. Tiepido.

(CONTINUA…)

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