Antonio Bellandi non legge la favola “Sgrunf il piccolo troll”, di Olaf Sturgenson

Si tratta di una campagna benefica a favore dei bambini orfani di suocera ospitati nella struttura di Don Franco.

Tanto tempo fa, in un paese che si trova più a nord del Polo Nord, nacque un piccolo troll.

La mamma, appena lo vide, esclamò disgustata: Sgrunf! E da quel giorno quello fu il suo nome. Poi non attese neanche il tempo di posare una seconda volta gli occhi su di lui, che corse via e non tornò mai più.

Il suo papà era un troll di fango e non conosceva le buone maniere, così Sgrunf crebbe grufolando nella melma, senza avere la minima idea di come ci si comporti in società.

Quando gli altri troll lo incontravano, che fossero fatti di muschio, granito, ghiaccio o peli di scrofa, lo ignoravano bellamente, come se avessero visto una gallina fatta di vetro trasparente.

Eppure Sgrunf non era un piccolo troll triste. Amava annusare l’odore dei vapori creati dall’urina di renna nelle fredde e buie mattinate invernali e divorare in un sol boccone i piccoli e irritanti folletti verdi dei boschi.

Un giorno, aveva ormai quattro anni e mezzo, nel corso delle sue consuete esplorazioni sui pendii delle Montagne di Muco Scintillante, si ritrovò di fronte all’ingresso di una caverna. Era molto buio; d’altronde anche fuori non c’era nessuna luce, perché il sole era tramontato da soli otto mesi e l’alba era ancora lontana.

Non c’era alcun rumore, eccetto forse per quello che sembrava un lontano ma insistito peto di un orso in letargo perenne.

Sebbene il papà gli avesse più volte detto (non esattamente usando parole, ma più che altro una sottospecie di fetido rutto) di non entrare mai in caverne sconosciute, Sgrunf varcò la soglia della grotta, ignaro di ciò che lo attendeva.

FINE

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