Le Cose Distopiche (parte 1)

LA NAVE-FABBRICA È LA VOSTRA CASA E LA VOSTRA FAMIGLIA!

Ore 18,45, metà del secondo turno di produzione. Dall’altoparlante tuona la voce del Divino Mercalli, sovrastando il frastuono delle macchine. Marelli suda, disgustato di sé stesso. È il quarto turno consecutivo e l’effetto del dopadone economico preso dodici ore prima si sta esaurendo inesorabilmente. Dal banco di fronte, fresco come una rosa, Bardot ammicca. Servo! Bofonchia Marelli a mezza voce, ma non sa neanche lui cosa voglia dire. È un insulto antico e blasfemo, la cui origine semantica si è persa negli anni del Lungo Viaggio.

I movimenti meccanici e ripetitivi annullano il tempo, ma deve essere passato almeno un quarto d’ora, se gli altoparlanti tornano a echeggiare tra le pareti di metallo.

LA NAVE-FABBRICA È IL VOSTRO UNICO RIFUGIO!

Ancora due ore e mezza fino alla prossima pausa. Centottanta secondi e qualche rapido tiro di sigaretta governativa, poi si riprende per altre quattro ore.

Marelli alza la testa e fissa Bardot. Bardot gli fa l’occhiolino e poi mima un bacio. Marelli tenta di reprimere la rabbia e fissa le mani avvolte nei guanti di pseudamianto, strette attorno al seghetto al plasma. Armeggia ancora un po’ attorno al giunto, poi sospira cautamente.

IL DIVINO AGISCE SEMPRE E SOLO PER IL BENE COLLETTIVO!

L’ultima goccia di dopadone viene espulsa, diluita nel copioso sudore di Marelli che la tuta non è più in grado di filtrare adeguatamente. La palpebra destra di Marelli comincia a tremare. Bardot, dopo solo due ore di lavoro, entra inspiegabilmente in pausa e ci resta per almeno quattrocentocinquanta secondi. Tra le labbra gli pende una Gauloise. È davvero troppo.

SERVO!

Ma questa volta non è un bisbiglio, è una esclamazione netta e indignata, un grido che in altri tempi si sarebbe definito di “protesta”, altra parola antica e dimenticata. Gli occhi di tutti gli addetti al nastro 243B sono puntati su di lui. Marelli è immobile, improvvisamente conscio di sé stesso e della sua colpa, ormai incancellabile.

Una guardia si avvicina. Da dietro il vetro del casco in plastacciaio Marelli riconosce i gelidi occhi del Barone, il decurione del sottoreparto. Cazzo! Pensa, facendo inconsapevolmente ancora una volta riferimento a qualcosa di definitivamente perduto e lontano. “Seguimi, Marelli. Aspettavo questo momento da anni, sapevo che prima o poi sarebbe arrivato. Ti ringrazio per averlo fatto durante il mio turno”. Il ghigno è nascosto, ma palese nel tono. Marelli purtroppo non ha le competenze necessarie per bestemmiare.

LA PRODUZIONE È UN IMPERATIVO ETICO!

Il Barone accompagna Marelli verso l’ascensore pneumatico. L’apparecchio li risucchia velocemente dodici livelli più in alto, reparto amministrativo. Alla fine del lunghissimo corridoio ovest, si fermano davanti ad una spessa porta stagna. “Don Ringo ti sta già aspettando. Questa volta non te la cavi, Marelli. Sarò felice di assistere alla tua espulsione”. Lo sguardo che i due si scambiano è gravido di minacce in entrambe le direzioni, ma nessuno ha dubbi su chi abbia il seghetto al plasma dalla parte del manico. “La prossima volta che mi vedrai, sarà dal di fuori di un oblò. Dicono che lì faccia freddo”. Marelli non risponde. Se vuole avere ancora una minima possibilità di sopravvivenza, non deve più parlare. Il Barone bussa forte alla porta, quattro colpi secchi a intervalli regolari di un secondo. Dopo pochi attimi si sente uno sbuffo e la porta scivola lentamente di lato, raschiando sulle guide. L’interno è ancora meno illuminato del corridoio e l’unico rumore udibile è un sommesso ticchettio. Marelli entra e la porta si richiude fischiando. Da fuori proviene un borbottio attutito, in cui è comunque ancora possibile riconoscere le consuete parole del Divino Leader.

LA NAVE-FABBRICA È LA MASSIMA ESPRESSIONE DELLA CIVILTÀ!

Da un angolo ancora più buio del resto della stanza, proviene un sibilo flebile, che pian piano si trasforma in parole. Ma non si vede nessun volto. “Marelli, Marelli… Proprio tu, che assurdità…. Perché…?”.

Ma Marelli resta in silenzio. “Come sei potuto cadere così in basso? Quando il Divino lo saprà, sarà terribilmente deluso”.

Marelli tenta nuovamente di trattenersi, ma questa volta non ci riesce. “Non dovrebbe già saperlo? Forse non sente e non vede tutto?”.

“Ma certo! Il mio era solo un modo di dire! E allora immagina il suo volto in questo preciso momento. Le rughe sulla sua nobile fronte. La sua preoccupazione e la sua tristezza”.

“Forse non prevede Lui tutto in anticipo? Forse non sapeva che questo momento sarebbe arrivato, proprio oggi, proprio ora?”.

“Ma certo! Non tentare di farmi sembrare un blasfemo, Marelli! Sai quanto è forte il mio rammarico in questo momento! Esso mi confonde! Tu! Proprio tu!”.

“Proprio io!”

“Tu, il suo primo compagno! Tu, suo sodale fin dall’inizio!”.

“Io…”

Ma va pian piano perdendo convinzione.

“Non mi lasci scelta. Non vorrei farlo, ma non mi lasci scelta”.

“Don Ringo, la prego…”.

“Dovevi pensarci prima… E le tue parole di poco fa non dimostrano certo sincera contrizione…”.

“No, no, no…”.

“Qui non serve neanche una giuria”.

“No, no…”

“È mia prerogativa giungere immediatamente alla sentenza”.

“No”.

“Espulsione!”

“…”.

“La sentenza verrà eseguita immediatamente”.

“No!”

“Chiamo l’addetto”.

“No, no, fermo! Mi appello al Divino!”

“Sai che non puoi farlo”.

“Lo faccio! Mi appello!”.

“Sai che non ti servirà a nulla”.

“Lasciamo che sia Lui a giudicare”.

“Va bene, come vuoi. Ma sai che le conseguenze potrebbero essere anche peggiori… L’espulsione potrebbe sembrarti il minore dei mali”. Preme un pulsante sulla scrivania. “Barone, vieni subito. Porta Marelli a dormire”.

Il Barone entra dopo meno di un minuto. Ha in mano una siringa. “Marelli, il braccio”. Marelli protende il braccio senza protestare. Buio.

(CONTINUA…)

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