Necrocosicon (parte 3)

(Parte 2)

Come ebbi a scoprire poco tempo dopo, Monsieur Bardot aveva una fama non particolarmente rassicurante. C’era chi diceva che fosse dedito alla sodomia, chi sussurrava che indulgesse in pratiche rituali non ortodosse, tra le quali il voodoo. Quando lo vidi per la prima volta però non mi sembrò altro che un eccentrico trentenne di piacevole aspetto, circonfuso della tipica noncuranza dei francesi.

Non lo trovai particolarmente simpatico, ma la raccomandazione di Bartolhomeus mi rassicurò e così presi una stanza nella sua locanda senza gravi timori. Cenai ad un tavolo sito in posizione appartata nella sala comune, gustandomi un’eccellente étouffée di gamberi. Quando la terminai, Monsieur Bardot si avvicinò, per offrirmi un sigaro e chiedermi se avessi gradito ciò che mi era stato servito. Mi disse, con il suo inglese strascicato e condito di accenti inusuali, che il cuoco era un creolo proveniente da New Orleans e che, visto che avevo così tanto apprezzato il piatto, doveva assolutamente farmelo conoscere. Prima di alzarsi per rispondere all’allegro richiamo di altri avventori, mi invitò di lì a un’ora nel suo salotto privato. Ero molto stanco, ma la sua repentina dipartita non mi lasciò il tempo di rifiutare. Così, poco prima delle undici, mi ritrovai a bussare incerto ad una solida porta in quercia rossa.

La calda voce di Monsieur Bardot mi invitò ad entrare e dietro l’uscio trovai una camera non ampia ma accogliente, illuminata solo dal fuoco morente del camino e da una piccola lampada ad olio. Al centro campeggiava un sofà a tre posti su cui sedeva, accanto al proprietario della locanda, un uomo massiccio e scuro, dai crespi capelli lanosi e fitti e dallo sguardo di fuoco. Mi invitarono a sedere su una vecchia poltrona di fronte al camino e mi offrirono un altro sigaro. Sedetti, leggermente intimorito, e rimasi in silenzio.

Dopo alcuni imbarazzanti minuti, una profonda voce di basso mi destò dal torpore che aveva cominciato a irradiarsi dal fuoco alle mie stanche membra. Era il creolo, che pronunciò alcune brevi frasi in un francese per me incomprensibile. Monsieur Bardot si scusò per lui e cominciò a raccontarmi la storia del loro primo incontro.

In gioventù aveva vissuto a lungo a New Orleans, che era l’unico luogo nel Nuovo Mondo in cui si sentiva in qualche modo a casa. Un giorno, mentre si aggirava senza pensieri nel Vieux Carré, vide degli uomini accalcati attorno ad un ragazzo, che giaceva a terra apparentemente privo di sensi. Gli dissero che non riuscivano a risvegliarlo dopo che era stato “cavalcato” da un potente loa, che il pot de tête sembrava non aver funzionato e che forse la sua anima era perduta per sempre. Bardot si era avvicinato, tanto incuriosito quanto spaventato, e poi, in un impulso improvviso, aveva scosso fortemente l’uomo. Incredibilmente il giovane creolo si era risvegliato, guardandolo negli occhi intensamente, come se stesse vedendo un angelo del Paradiso. Da quel giorno l’aveva seguito ovunque andasse e servito costantemente come meglio poteva.

La storia mi turbò profondamente e approfittai dell’ulteriore momento di silenzio che si era creato per congedarmi e sgattaiolare fuori. Quando entrai nella mia stanza, mi sentivo confuso; mi sembrò che la stanza cominciasse a vorticare sempre più velocemente attorno a me e la testa mi pesava come un macigno. All’improvviso ebbi l’intuizione che forse nel camino non stesse ardendo solo legna, ma anche qualche sostanza dai poteri allucinatori. Caddi a terra supino e vidi le ombre allungarsi, assumendo forme mostruose. Vidi creature immense divorarsi le une con le altre, leviatani squassare gli oceani, tartarughe grandi come montagne accoppiarsi lascivamente tra di loro. Vidi un serpente nero strisciare su un’arsa pianura e ingoiare interi luridi roditori privi di pelo e di occhi. Vidi un gigantesco pipistrello volteggiare in un cielo oscurato da una tempesta imminente e poi calare in picchiata su di me, le rosse fauci spalancate.

All’improvviso mi risvegliai, madido di sudore. Doveva essere mattina, perché un filo di luce trapelava dalle imposte serrate. Sentii bussare con fare impaziente, come se qualcuno stesse tentando di attirare la mia attenzione da molto tempo. Alla fine ebbi la forza di alzarmi e di barcollare incerto verso la porta. Il servitore che vi trovai dietro mi regalò un sorriso ghignante e mi consegnò un messaggio. C’era scritto che Bartolhomeus mi attendeva al più tardi all’una presso il suo ufficio in Biblioteca.

Mi vestii in fretta, ancora profondamente scosso, e uscii senza fare colazione. Quando giunsi a destinazione, scoprii però che il Barone non era solo. Accanto a lui, seduti in prossimità della sua tarlata scrivania, c’erano due uomini. Uno era Monsieur Bardot, che mi scrutò in tralice, con un inquietante sorriso stampato sul volto. L’altro era un uomo minuto, dai tratti latini, che mi fu presentato come Don Ringo González.

Non capii il perché, ma all’improvviso mi sentii come se fossi stato attirato in una trappola e messo in un angolo da un branco di pericolosissimi predatori.

[CONTINUA]

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