“Le domande sbagliate”. Intervista esclusiva al chitarrista de Le Cose

Incontriamo il Barone nel suo buen retiro a Forlingallo, in provincia di Renna, dove occupa il suo tempo collaborando con musicisti folk locali e vergando le pagine della sua autobiografia. Non ci offre nulla e sembra alquanto contrariato e scontroso. Il contrasto con la parallela esperienza della scorsa settimana con <OMISSIS>, il batterista dello stesso gruppo, non poteva essere più eclatante. Sembra che l’intervistato sia semplicemente ansioso di togliersi di torno una noiosa pratica burocratica e tornare ai suoi evidentemente più importanti affari.

Come vive la musica e il rapporto con il pubblico?

Ho la sensazione che al pubblico io piaccia – forse non così tanto la musica, ma forse… – sento che se mi vedessero in strada, o a suonare in qualche posto, sento che non sarebbero così amichevoli.

Ha detto spesso che il suo lavoro consiste nel raccontare storie. Ma la sua è una poetica post-moderna, o crede ancora nel mito dell’originalità?

Visto che Dickens, Dostoevsky e Woody Guthrie raccontavano le loro storie molto meglio di quanto potessi mai fare io, allora ho deciso di seguire le mie idee.

Sappiamo che il suo percorso musicale è iniziato molto prima de Le Cose, ma non abbiamo molte informazioni in merito…

Beh, ho iniziato un sacco di tempo fa. Sai, butti giù un sacco di cose diverse, quando non sai cos’altro fare. È stato allora che ho cominciato. Ho iniziato a scrivere canzoni … beh quella è una storia diversa … Ho iniziato a scrivere canzoni dopo aver sentito Hank Williams.

Hank Williams? Non sospettavo assolutamente che fosse una delle sue principali influenze…

Ehi guarda, io considero influenze Hank Williams, Capitan Marvel, Marlon Brando, The Tennessee Stud, Clark Kent, Walter Cronkite e J. Carrol Neish. Ora – per favore – cos’è che vuoi sapere esattamente?

Perché è così scontroso? Non capisco…

Questo avviene perché mi fanno sempre le domande sbagliate, domande del tipo ‘Cosa hai mangiato a colazione’, ‘Qual è il tuo colore preferito’, roba del genere. I giornalisti, amico, sono solo scrittori falliti, romanzieri frustrati, non mi feriscono appiccicandomi stupide etichette. Hanno tutta una serie di idee preconcette su di me, perciò li prendo in giro.

Ma neanche lei può impormi le sue intenzioni o i suoi sospetti, così, preconcettualmente. Perché è così ostile con me?

Perché tu sei ostile con me. Tu mi stai usando. Io per te sono un oggetto. Mi è già successa questa cosa negli Stati Uniti, sai. Non c’è nulla di personale. Non ho niente contro di te. Solo non voglio essere scocciato dal tuo giornale, questo è tutto. Non voglio essere parte del tuo giornale. Perché dovrei essere d’accordo con qualcosa solo perché qualcuno possa mangiarci? Perché non dici solo che il mio nome è Kissenovitch? Sai, e che io, eh, vengo da Acapulco, Messico. Che mio padre era un ladro scappato dal Sud Africa. Ok. Puoi dire tutto quello che vuoi.

Proviamo a cambiare discorso. Lei negli ultimi anni è passato dal suonare prevalentemente con strumenti acustici, in piccolissimi ensemble, a situazioni più allargate e completamente elettriche.

Sì. È molto complesso suonare con l’elettricità. Devi suonare con altre persone. Devi avere a che fare con altre persone. Molta gente non ama lavorare con altre persone, è più difficile. Ci vuole più lavoro. Molta gente che non ama il rock and roll non riesce ad avere rapporti con altre persone.

Crede che questa dimensione le permetta di raggiungere più persone, di allargare il suo pubblico?

Sì, ma non mi aspetto alcunché da questo, capisci? Tutto quello che posso fare è essere me stesso, chiunque io sia, per le persone per le quali suono, e non cercare di ingraziarmele dicendo loro che sono qualcosa che in realtà non sono. Non dirò loro che sono il Grande Combattente per la Causa oppure il Grande Innamorato o ancora il Grande Ragazzo Genio o qualsiasi altra cosa. Perché non lo sono, amico. Perché ingannarli?

Ma qual è la differenza tra la sua fase acustica e quella attuale? Cosa è cambiato in questi ultimi anni?

Non potevi sopravvivere con il rock’n’roll a quei tempi, non potevi portarti dietro un amplificatore ed una chitarra elettrica e pensare di sopravvivere. Ci voleva troppo denaro per comprarsi una chitarra elettrica, e poi dovevi guadagnare molto denaro per poterti permettere abbastanza persone che suonassero gli altri strumenti, avevi bisogno di almeno altre due o tre persone per creare un certo sound. Dunque non era una cosa che potevi permetterti di fare da solo.

Vorrei chiederle ancora alcune cose, prima di chiudere. Per esempio, cosa pensa del….

[Mi interrompe bruscamente] Il mio lavoro è suonare. Penso di aver risposto ad un numero sufficiente di domande.

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