C’è del marcio in Gran Bretagna

Dal nostro corrispondente da Sheffield, Gran Bretagna –  John Phillingham

Chiedere ad uno di queste parti cosa abbiano in comune la città di Sheffield e quella di Roma vuol dire rivolgergli una domanda retorica. Da sempre. Vi osserverà con sguardo fiero, pur col viso rubicondo di chi ha tracannato l’ennesima pinta quotidiana, e vi risponderà col tipico accento gutturale dello Yorkshire, sicuro come l’avvicinarsi delle nuvole cariche di pioggia dal Peak District: “The seven hills”. I sette colli. E non solo. O forse, per meglio dire, non più soltanto questo. Sì, perché c’è dell’altro in Gran Bretagna, come dimostra l’enorme quantità di messaggi di protesta accompagnati dagli hashtag #ShameOnJarvis o #RespectForLeCose che da qualche settimana a questa parte hanno letteralmente invaso le pagine social dei più importanti mezzi di comunicazione britannici; numeri da capogiro in grado di relegare in secondo piano qualsiasi notizia dedicata alla pandemia di Covid-19 e lievitati in così poco tempo da diventare un caso nazionale represso prontamente nella censura dal Security Service. Insomma, qui si parla di una vera e propria maggioranza bulgara e che Sua Maestà mi condanni alla forca se non ci troviamo sul suol di Inghilterra! I protagonisti di cotanta morbosa attenzione, che col passare dei giorni è scivolata dapprima nello scandalo e poi nella più bieca illegalità, hanno due nomi e almeno un cognome: la band romana de Le Cose, coinvolta seppur di riflesso, ed il nostro concittadino, il musicista Jarvis Cocker, a cui il gruppo italiano ha dedicato il famosissimo omonimo pezzo. Il motivo del contendere è da ricollegare all’uscita del nuovo album dell’ex leader dei Pulp nella rinnovata veste di Jarv Is, che lui stesso ha definito “un progetto volto a porre in risalto la musica live e concepito come un modo di scrivere canzoni in collaborazione col pubblico”. Sono bastate queste poche righe, buttate giù tramite uno scarno comunicato stampa di qualche settimana fa, a scatenare un putiferio in grado di mettere in crisi le più alte cariche del Regno. “E Le Cose? Nemmeno un breve riferimento a loro?” ha iniziato ad obiettare più di qualche signora ben acconciata, postando dei video-protesta in perfetto british style in cui risultava intenta a sorseggiare il tè delle cinque o a cercare di prendere sonno guardando l’ennesima replica di una partita di cricket alla televisione; “Jarvis, Le Cose ti hanno tirato fuori dal dimenticatoio dedicandoti Quel Pezzo e tu che fai? Non li citi e nemmeno li ringrazi! Maledetto…” domandava, osava e chiosava un pastore protestante che dalla foto del suo profilo facebook non si capiva bene se fosse un religioso o un allevatore ma che, almeno per coerenza con sé stesso, perseverava nella protesta. Il peggio, però, doveva ancora venire. L’alone di dissenso col passare dei giorni si è ingigantito sempre di più e ben presto è degenerato in una folle escalation di violenza che ha gettato in subbuglio l’intera nazione, riportandola indietro nel tempo, sino all’ora più buia. Mentre a Westminster si procedeva spediti con l’approvazione del Coronavirus Bill e ci si cautelava mettendo di fatto nelle mani dell’Esecutivo la vita nel Regno, per le strade dello Yorkshire i fans de Le Cose, non nuovi ad atteggiamenti provocanti e provocatori, decidevano di scatenare l’inferno. Sacchi di farina e cartoni di uova comprati a carissimo prezzo e sottratti alle necessità quotidiane venivano selvaggiamente scaraventati ai bordi delle vie segnando il cammino della rivolta che conduceva sino al piccolo borgo di Edale, sede del buen retiro di Mister Cocker, preso d’assalto benché in questo periodo dell’anno appaia vuoto come le tasche di un vagabondo. Il resto è storia. La notte del primo giorno di aprile, in barba al lockdown imposto dal Governo, una folla di fans in preda ai fumi dell’erba e dell’alcool ha raggiunto il city center di Sheffield, invadendo l’area che abbraccia i Peace Gardens fino alla City Hall, per dar luogo ad un happening talmente sconcio al cui confronto un baccanale sarebbe parso una festa parrocchiale. In men che non si dica le strade sono state inondate da fiumi di gente cattiva, incazzata e stanca, disposta a tutto pur di inneggiare alla band italiana e a dileggiarne i detrattori. Sua Maestà la Regina Elisabetta, preoccupata dai disordini contenuti con estrema fatica e costantemente informata sugli sviluppi della situazione, ha perciò preteso di intervenire personalmente fissando per il sabato seguente un messaggio diretto all’intera nazione per poi ritrattarne i contenuti solo in un secondo momento. Intanto dall’Italia iniziavano a trapelare diverse versioni della stessa notizia: Antonio, il famoso social manager de Le Cose, risultava improvvisamente scomparso nel nulla; molti spergiuravano di averlo visto correre travestito da runner lungo il viale dei cipressi che van da San Guido a Bolgheri in duplice filar, qualcuno affermava di averlo scorto su le soglie di un bosco, bagnato fradicio, intento a cogliere foglie di mirto e bacche di ginepro per il pranzo di Pasqua, a troppi sarebbe piaciuto che fosse rimasto ucciso portando almeno due bambole in dono. Don Franco Scolopendra, nota sponda politica della band che ha basato tutto il suo attivismo sulla frase “Non esiste il senso di responsabilità; esiste il senso di colpa”, si è detto estremamente fiducioso sulla positiva risoluzione del caso, mentre i membri de Le Cose non sembrano troppo turbati dalle inquietanti circostanze, tant’è che proseguono il loro periodo di quarantena pubblicizzando l’uscita della Deluxe Edition del primo storico disco e lavorando a distanza sui nuovi brani proposti dal bassista Mercalli, in previsione di un secondo e di un terzo lavoro i cui arrangiamenti, come sempre, rimangono assolutamente top secret. Chiedete un’altra volta ad uno di queste parti cosa abbiano in comune la città di Sheffield e quella di Roma. Vi risponderà ancor più deciso di prima: “The seven hills, Le Cose and JarvisCocker”.

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